Dalla camera oscura allo schermo dello smartphone: la storia di come abbiamo smesso di “sviluppare” le foto e iniziato a “cliccare” ovunque è una delle più grandi rivoluzioni culturali e tecnologiche del nostro tempo.
Ecco come è avvenuto questo passaggio, perché ha cambiato il nostro modo di vivere i ricordi e la parabola di chi questo mercato l’aveva inventato: la Kodak.
L’era dell’analogico: l’attesa e il valore del singolo scatto
Fino agli anni ’90, fare una fotografia era un gesto quasi solenne.
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Il rullino limitato: Si comprava un rullino da 24 o 36 scatti. Ogni foto aveva un costo reale, quindi prima di premere il pulsante si ci pensava due volte: Nessuno chiude gli occhi? La luce va bene?
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Il mistero dello sviluppo: Non si poteva vedere subito il risultato. Bisognava portare il rullino dal fotografo e aspettare giorni (o ore, nei casi più fortunati) per ritirare la busta con le foto stampate.
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La sorpresa (e la delusione): Aprire la busta era un momento magico, ma capitava spesso che metà degli scatti fossero sfocati, troppo scuri o con la testa di qualcuno tagliata.
La fotografia analogica richiedeva pazienza, chimica e precisione.
La rivoluzione digitale: istantaneità e libertà
Tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000, la tecnologia ha cambiato le carte in tavola. I rullini sono stati sostituiti da sensori elettronici e le pellicole da schede di memoria.
Questo ha stravolto il nostro rapporto con le immagini:
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Risultato immediato: Con il piccolo schermo LCD sul retro della fotocamera (e poi sullo smartphone), abbiamo iniziato a vedere subito se la foto era venuta bene. Se qualcuno saliva con gli occhi chiusi, bastava cancellare e rifare.
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Costo azzerato per scatto: Scattare una foto o scattarne mille costava praticamente lo stesso. Questo ha liberato la creatività: si è iniziato a fotografare di tutto, dai piatti al ristorante ai dettagli più insignificanti della vita quotidiana.
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Dalla carta allo schermo: Le foto non sono più finite principalmente negli album di famiglia, ma nei computer, nelle chiavette USB e, infine, sui social network.
Il paradosso Kodak: chi ha inventato il futuro, ma ha avuto paura di viverlo
In questa storia c’è un protagonista tragico e affascinante: la Kodak.
Per quasi un secolo, Kodak è stata la fotografia. Il suo slogan era “Voi premete il bottone, noi facciamo il resto”, e il “momento Kodak” indicava quel secondo speciale che valeva la pena di essere immortalato.
Ma ecco l’ironia della sorte: la prima fotocamera digitale della storia è stata inventata proprio in un laboratorio Kodak nel 1975, dall’ingegnere Steven Sasson. Era un apparecchio grande come un pane, pesava quasi 4 chili e scattava foto in bianco e nero a bassissima risoluzione.
Perché Kodak è fallita?
Quando i dirigenti di Kodak videro quell’invenzione, invece di esultare, si spaventarono.
Il ragionamento dei vertici fu semplice: Kodak guadagna vendendo rullini e prodotti chimici per lo sviluppo. Se passiamo al digitale, nessuno comprerà più la nostra pellicola.
Kodak decise quindi di tenere la tecnologia “in cassetto” per non danneggiare il suo business tradizionale. Ma la tecnologia non si ferma: concorrenti come Sony, Canon e Nikon capirono subito la direzione del mercato e investirono tutto sul digitale.
Quando Kodak capì che la pellicola stava morendo, era ormai troppo tardi. Nel 2012, lo storico gigante della fotografia dovette dichiarare bancarotta, diventando il caso di studio più famoso al mondo su cosa succede quando un’azienda rifiuta di innovare per paura di cambiare.
E oggi?
Oggi scattiamo miliardi di foto al giorno con i nostri smartphone. Abbiamo guadagnato in comodità, condivisione e quantità.
Tuttavia, negli ultimi anni stiamo assistendo a un piccolo ritorno nostalgico: le fotocamere istantanee (come le Polaroid o le Fujifilm Instax) e i rullini classici stanno tornando di moda tra i giovani. Forse perché, in un mondo in cui tutto è digitale e veloce, ogni tanto sentire il “click” meccanico e attendere con pazienza che un’immagine appaia sulla carta restituisce un po’ di quella magia che avevamo dimenticato.
