Addio mirino: oggi la fotografia cambia faccia

Canon presenta oggi la EOS R6 V senza mirino. Sony segue trenta minuti dopo. Il viewfinder — gesto fondativo della fotografia moderna — esce silenziosamente dalle macchine di domani, e con lui un certo modo di guardare il mondo.

entre scrivo, mancano poche decine di minuti all’annuncio. Le 15:00 di un mercoledì qualunque di maggio diventeranno, tra poco, una piccola crepa nella geologia della fotografia: Canon presenta la EOS R6 V, e mezz’ora dopo Sony tira fuori dal cilindro la sua A7R VI.

 

È raro che due colossi si parino sullo stesso giorno, alla stessa ora — più raro ancora che lo facciano per dichiarare, ciascuno a modo suo, la stessa cosa. Il viewfinder è diventato un accessorio. Anzi, in alcuni casi, un’assenza.

La R6 V, per gli amici, è una scatola piatta da 598 grammi con sensore full frame da 32,5 megapixel, ventola di raffreddamento integrata, IBIS da 7,5 stop e una mancanza che pesa più di tutte le presenze: niente mirino. Lo schermo orientabile resta, l’EVF se ne va. Costerà attorno ai 2.499 dollari, qualche centinaio meno della R6 Mark III appena nata, e arriverà nei negozi a giugno. È, sostanzialmente, la risposta di Canon alla Sony FX3 — la macchina con cui dal 2021 i filmmaker indipendenti hanno smesso di chiamarsi fotografi.

EOS R6 V · scheda essenziale
SensoreFull frame CMOS · 32,5 MP
Video7K RAW · 7K Open Gate
StabilizzazioneIBIS · 7,5 stop
RaffreddamentoVentola integrata
Mirino— assente —
Otturatore meccanico— assente —
Peso598 g
Prezzo (USD)≈ 2.499

Non è un colpo isolato. Nikon aveva aperto la strada qualche mese fa con la ZR — stessa filosofia, schermo grande e luminoso e basta, niente oculare. Sony, che con la FX3 si è presa il mercato del video creator senza colpo ferire, è seduta sul trono di questa rivoluzione da quattro anni. Quella di oggi è la dichiarazione ufficiale: la casa di Tokyo che ancora resisteva — Canon, che fino a ieri prometteva mirini di vetro e fede negli occhi — abdica.

Per la prima volta da centocinquanta anni, una macchina fotografica seria può essere costruita senza chiedere all’occhio dove guardare.

La stanza buia che si portava in giro

Quando avevo qualche anno in meno e l’occhio attaccato sempre al mirino — di plastica, poi di pentaprisma, poi elettronico — credevo che fosse una questione di precisione. Si vede meglio così, da vicino, isolando il quadro dal resto del mondo. Ma poi ho capito che il mirino non era uno strumento ottico. Era una stanza.

Era il piccolo riquadro di buio in cui il fotografo si chiudeva ogni volta, per qualche secondo, per decidere cosa esisteva. Tutto il resto — il rumore del traffico, la gente che passa, l’amico che ti aspetta — restava fuori. Si scattava da soli, dentro una bolla nera lunga quanto un’inspirazione. Il viewfinder non serviva tanto a inquadrare: serviva a estrarre il fotografo dal mondo per il tempo necessario a sceglierne una porzione.

Lo schermo, anche il più luminoso, anche il più nitido, non fa quello. Lo schermo è esposto, sociale, condiviso: tutti possono vedere ciò che vedi tu, perché vedi a un palmo di distanza dal corpo e non a un millimetro dall’occhio. Si scatta in pubblico, ora. Si scatta a braccia tese. Si scatta — diciamolo — come si fanno i selfie.

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