Cinquant’anni dopo, l’inquadratura che mancava al tennis italiano.

Domenica 17 maggio, ore 19:10. Jannik Sinner batte Casper Ruud 6-4, 6-4 sul Centrale del Foro Italico. Per un fotografo è il fotogramma che chiude un cerchio aperto nel 1976: la fila di teleobiettivi a bordo campo aspettava da mezzo secolo la stessa scena.

Ci sono partite che valgono per quello che succede in campo e altre che valgono per quello che fanno ai fotografi. Quella di domenica al Foro Italico apparteneva chiaramente al secondo gruppo. Quando alle 19:10 Casper Ruud ha spedito in rete l’ultimo dritto e Jannik Sinner si è accasciato sulla terra rossa con quel sorriso di incredulità composta che gli conosciamo, sul muretto a bordo campo si è alzata insieme la fila intera di teleobiettivi. Cinquant’anni di attesa avevano costruito quella sequenza prima ancora che il punto match arrivasse davvero.

Da casa, davanti al monitor, ho fatto quello che fa chiunque guardi il tennis con l’occhio del fotografo: ho seguito le reazioni dei colleghi a bordo campo più che la palla. Sono le loro mani a dire quando la storia sta passando. E al Centrale, ieri, le mani non si sono fermate per minuti — perché non era solo un titolo, era l’allineamento di un mito.

 

La fotografia che mancava all’album

L’ultima volta che un italiano aveva vinto il singolare maschile al Foro Italico era il 1976. Adriano Panatta. Sappiamo come si vestiva, sappiamo la sigaretta, sappiamo le scarpe Adidas e il cravattino, sappiamo soprattutto quella immagine in bianco e nero che ogni biografia del tennis italiano apre o chiude. Ma sappiamo bene anche un’altra cosa: in mezzo secolo quella foto si è consumata. È stata stampata troppe volte. È diventata icona e quindi cliché.

Ieri il nostro album collettivo ha guadagnato finalmente la pagina successiva. Non sostituisce quella di Panatta — che era già seduto in tribuna, testimone diretto del passaggio del testimone — ma la affianca, ne aggiorna il significato. Adesso esiste un dittico: 1976, 2026. Due ritratti che ci raccontano cosa il tennis italiano è stato e cosa è oggi.

Il pubblico romano sa riconoscere chi entra in campo con carattere, e ieri Sinner si è preso tutto il Centrale.

— l’eco di Panatta in tribuna, dopo il match

Cosa cattura un teleobiettivo a Roma

Il Centrale del Foro Italico — quello attuale, inaugurato nel 2010 su progetto di Angelo Zampolini — è un set quasi perfetto per la fotografia sportiva. Acciaio, cristallo, marmo, cemento armato: una scatola minerale aperta sul cielo, con tribune ripide che generano profondità di campo naturali, e una terra battuta che alle 19 di un maggio romano diventa di un arancione caldissimo. Per chi scatta a bordo campo, è una luce regalata.

Ed è esattamente questa luce che ha fatto da sfondo all’esultanza di Sinner: il sole che cala dietro l’anello superiore, l’ombra obliqua che taglia in diagonale il campo, il pubblico in controluce ridotto a sagoma. Le agenzie hanno mandato in distribuzione, nell’ora successiva, scatti molto simili tra loro — non perché manchi di fantasia chi era lì, ma perché certe geometrie ti chiamano. Quando un campione s’inginocchia con il braccio teso al cielo e un’arena lo abbraccia dall’alto in basso, hai due secondi per non perdere la composizione e tutti la cercano.

Il momento più sottovalutato, e a mio avviso più fotograficamente interessante, è arrivato poco dopo. Sinner ha firmato la telecamera con il pennarello — gesto rituale ormai — e si è girato verso il box. Lì è scattata la foto che mi interessava davvero: la stretta di mano con il proprio team, il viso di chi sta capendo solo in quel secondo cosa è appena successo. È la fotografia non eroica, quella che resta. Tutto il resto è poster.

Il match in numeri
6-4 6-4
Punteggio finale
1h 45′
Durata
50
Anni dall’ultimo italiano
10°
Masters 1000 in carriera
34
Vittorie consecutive nei M1000
24,8
Età, anni — più giovane Golden Masters

Il passaggio di testimone, in due ritratti

Adriano Panatta era in tribuna. Non l’ho potuto fotografare io — non c’ero, scrivo dalla scrivania come faccio sempre — ma le immagini che sono uscite dalle agenzie hanno fatto un lavoro che vale la pena di nominare: la maggior parte dei fotografi ha cercato il doppio sguardo. Sinner che alza la coppa, Panatta che applaude. Sinner che si gira verso il box, Panatta che si gira verso la moglie. È il montaggio mentale che il fotogiornalismo sportivo sa fare meglio: due fotogrammi su una pagina, e cinquant’anni di tennis italiano vengono comprimati.

C’era anche Sergio Mattarella in tribuna, com’era a maggio scorso per la finale di Jasmine Paolini. La sua presenza è ormai un altro elemento dell’iconografia di Roma — il Presidente che applaude composto è un’immagine di servizio che le agenzie producono ogni anno, ma che funziona, perché aggiunge alla cronaca sportiva un registro civile. Una bandiera senza retorica.

Cosa resta, e cosa stamperò

Le fotografie destinate a durare di questa giornata, secondo me, sono tre — e nessuna è quella ovvia del trionfo. La prima: Sinner in ginocchio, braccia larghe, ombra del corpo proiettata sulla terra, vista dall’alto della tribuna stampa. Una geometria quasi religiosa. La seconda: la dedica al vetro con il pennarello — il gesto basso, intimo, anticlimax. La terza, e questa la voglio davvero appendere: la stretta di mano con Ruud, due giocatori provati, la rete in mezzo come confine sottile tra chi ha vinto e chi ha perso. È lì che il tennis è ancora il più fotogenico degli sport individuali.

Da lunedì il circuito si trasferisce a Parigi per le qualificazioni del Roland Garros. Le luci del Centrale si spengono. Resta la terra rossa segnata dai colpi di un’ora e quarantacinque minuti — anche quella, vista da vicino, è una fotografia. Magari la più onesta di tutte.

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