Per i venticinque anni di Lumix, Panasonic annuncia la L10: zoom Leica 24-75 f/1.7-2.8, sensore Quattro Terzi, e un dettaglio che oggi suona quasi politico. Ha tenuto l’EVF. Mentre tutti gli altri lo stanno togliendo.
La notizia è arrivata a metà settimana scorsa, e l’ho letta nello spazio di tempo che ci vuole per finire un caffè. Panasonic, per festeggiare i venticinque anni del marchio Lumix, ha annunciato la L10: una compatta a obiettivo fisso, sensore Micro Quattro Terzi, zoom Leica 24-75mm f/1.7-2.8. Sulla carta è un aggiornamento — uno dei tanti — alla famiglia LX100, l’ultima delle quali era uscita nel 2018. Ma se mi sono fermato a leggerne le specifiche con un certo interesse, è per una riga che spunta verso metà del comunicato stampa. La L10 ha u
n mirino. Un OLED da 2,36 milioni di punti, niente di esoterico. Eppure, nel 2026, è notizia.
Una scelta che pesa più della sua dimensione
Mi rendo conto che dirlo così suona quasi ridicolo. Un mirino in una fotocamera nuova? E allora? Eppure il contesto è tutto. Lo stesso giorno dell’annuncio della L10, il 12 maggio, Canon e Sony hanno acceso le miccia per il 13: Canon ha presentato la EOS R6 V — un corpo macchina derivato dalla R6 Mark III a cui è stato chirurgicamente tolto l’EVF, sostituito da una ventola interna per il video. Sony ha annunciato la a7R VI con un mirino mostruoso da 9,44 milioni di punti, ma destinato ad un pubblico professionale che probabilmente lo userà la metà delle volte, scegliendo il display articolato per il resto. La stessa Panasonic, dodici mesi fa, aveva lanciato la S9 — la sua compatta full-frame — senza mirino, scatenando un piccolo terremoto tra i puristi.
Quindi se oggi, sulla L10, l’EVF è rimasto, non è per inerzia. È una scelta. Lo stesso comunicato di Panasonic, tra le righe, lo lascia intendere: il mirino è descritto come un segnale di intenti, non come una concessione al passato. Una piccola dichiarazione editoriale incassata in una scheda tecnica.
L’occhio che ancora guarda
C’è una geometria precisa nel gesto di portare la fotocamera all’occhio. Le braccia si chiudono contro il corpo, la spalla si fa cavalletto, l’altro occhio resta aperto e legge il mondo intorno alla cornice. È un gesto antico — Cartier-Bresson, Salgado, ma anche la zia con la Olympus mju II — che dice qualcosa di non banale: che la fotografia è prima di tutto un atto di vedere, non un atto di mostrare. Il mirino chiude il fotografo dentro un piccolo rettangolo buio dove esiste solo l’inquadratura. Tutto il resto, per un istante, smette di esistere.
Lo schermo articolato è un’altra cosa. È utile, è comodo, ma è l’inquadratura del regista, del content creator, del genitore che riprende il bambino tenendo il telefono a distanza di braccio. È un’inquadratura senza intimità, in cui il fotografo continua a vedere il mondo intorno alla scena, e la scena diventa una finestra tra tante, una superficie piatta su cui il dito può intervenire. Non sto dicendo che uno sia meglio dell’altro. Sto dicendo che sono due modi di fotografare diversi, e che togliere il mirino — come stanno facendo molti — significa scegliere uno dei due e archiviare l’altro.
La grammatica della LX100
La L10 non nasce dal nulla. È, dichiaratamente, l’erede della LX100, uscita nel 2014, e della LX100 II del 2018. La formula non cambia di una virgola sostanziale: zoom Leica 24-75 f/1.7-2.8, sensore Micro Quattro Terzi con design multi-aspetto, ghiera dei diaframmi sull’obiettivo, selettore di rapporto d’aspetto incassato nella canna. Sono dettagli tattili — meccanici — che riguardano il modo in cui la mano dialoga con la macchina prima ancora che l’occhio dialoghi con la scena.
La risoluzione effettiva sale da 12,8MP (LX100) a 17MP (LX100 II) a 20,4MP della L10, con un sensore totale da 26,5MP — lo stesso della GH7. L’autofocus passa dal contrast-detect a un sistema phase-hybrid a 779 punti, con riconoscimento di occhi, volti, corpi, animali, veicoli e — categoria nuova e parlante — “urban sports”. Il video arriva a 5,6K 60p, DCI 4K 120p, V-Log con LUT in tempo reale. Sotto la pelle saffiana e l’alluminio anodizzato, la macchina del 2026 è una creatura diversa. Ma il manico di sterzo è esattamente lo stesso. Ed è il punto.
- Sensore
- Four Thirds BSI CMOS, 26,5MP totali / 20,4MP effettivi (multi-aspetto 4:3, 3:2, 16:9, 1:1)
- Obiettivo
- Leica DC Vario-Summilux 10,9-34mm (24-75mm equiv.) f/1.7-2.8, ghiera dei diaframmi manuale
- Mirino
- OLED da 2,36 milioni di punti
- Display
- 3″ libero da 1,84 milioni di punti, con UI verticale rotante
- Autofocus
- Phase Hybrid a 779 punti, AI subject recognition
- Raffica
- 30 fps (otturatore elettronico) / 11 fps (meccanico)
- Video
- 5,6K 60p open-gate, DCI 4K 120p, V-Log, 4:2:2 10-bit
- Stabilizzazione
- Power O.I.S. (no IBIS)
- Macro
- 3 cm al grandangolo
- Corpo
- Lega di magnesio, finitura saffiano, 508 g
- Prezzo
- 1.499 USD (Black/Silver) · 1.599 USD (Titanium Gold Special Edition)
- Disponibilità
- Giugno 2026 (spedizione stimata: 17 giugno)
Mushin
Panasonic ha avvolto l’annuncio in una filosofia — “Shaping Emotions”, 無心, Mushin, che in giapponese si traduce all’incirca con “mente vuota”, lo stato zen della presenza pura, senza interferenze. È marketing, naturalmente. Ma è marketing che dice qualcosa di interessante. Il valore aggiunto, qui, non è la specifica tecnica: il sensore lo conosciamo dal GH7, lo zoom è di derivazione decennale, il processore arriva dalla S1 II. Quello che Panasonic sta vendendo non è una macchina, è un modo di fotografare. Tattile, fisico, lento abbastanza, con l’occhio incollato al corpo.
È un posizionamento. E in un mercato che da tre anni grida “creator” a ogni keynote, è quasi una contro-tesi. La Titanium Gold Edition — 1.599 dollari, tiratura limitata, cinturino in pelle, cappuccio dorato per l’obiettivo, menu in tonalità oro — è solo lo zucchero sulla torta. La torta è il mirino.
Cosa non dice la macchina
Restano alcune zone d’ombra, va detto. La L10 non ha stabilizzazione in-body — solo Power O.I.S. ottica sull’obiettivo — e in una compatta premium del 2026 suona un passo indietro rispetto alla concorrenza. Manca un jack cuffie, dettaglio che pesa per chi pensava di usarla anche come video-camera secondaria. Il sensore Quattro Terzi limita strutturalmente il bokeh e il margine in alta sensibilità, e a 1.499 dollari ci si avvicina pericolosamente al territorio della Fujifilm X100VI o della Leica D-Lux 8 — concorrenti durissime, ognuna con i suoi argomenti, alcune con sensori più grandi.
Niente di tutto questo, però, sposta il discorso. Il discorso è l’EVF. Il discorso è che, mentre l’industria sta convincendo i fotografi che il mirino è un vezzo da anziani, una casa giapponese decide il contrario. E lo dice piano, in fondo a una scheda tecnica, tra il numero di punti dell’autofocus e il peso del corpo macchina.
Una piccola politica della visione
Forse esagero. Forse è solo una compatta premium come tante, e tra dodici mesi sarà superata dalla prossima, dalla prossima ancora. Ma da dietro questa scrivania, leggendo i comunicati stampa di metà maggio uno dopo l’altro — Panasonic il 12, Sony e Canon il 13, tutti nelle stesse quarantotto ore — mi è sembrato di vedere tre rotte divergenti che dividono la fotografia in fazioni. Sony che spinge la tecnica al limite. Canon che si arrende al video. Panasonic che pianta una bandiera.
La L10 non salverà il mirino. Probabilmente non lo deve nemmeno salvare. Ma ricorda — a chi la comprerà, in giugno, per 1.499 dollari — che la fotografia comincia ancora con un occhio aperto e uno chiuso. È poco. È tutto.
guardare attraverso non è ancora obsoleto.


