Astronomia & Ottica — Aprile 2026

MOTHRA non è un telescopio come tutti gli altri. È una creatura fatta di teleobiettivi, nata per vedere ciò che nessun specchio ha mai visto.
Ogni volta che leggo di un progetto astronomico che mette il nome Canon in mezzo a un comunicato scientifico, mi fermo. Mi siedo. Rileggo dall’inizio.
Questa volta si tratta di MOTHRA — Massive Optical Telephoto Hyperspectral Robotic Array — un telescopio in costruzione nella valle cilena del Río Hurtado, presso l’Osservatorio El Sauce. Un nome che evoca un mostro giapponese degli anni Cinquanta, e in un certo senso è esattamente quello: una creatura colossale che sfida le leggi dell’ottica convenzionale, assemblata però non con vetri da metratura impossibile, ma con teleobiettivi da reportage. Gli stessi che i fotografi usano ai bordi dei campi da calcio o ai piedi delle piste di atletica.
Il progetto MOTHRA in fase di assemblaggio. Fonte immagine da aggiungere (NASA / dominio pubblico consigliato).
Nel cuore dell’array ci sono 1.140 obiettivi Canon EF 400mm f/2.8L IS, disposti su 30 montature robotiche, 38 ottiche per gruppo. L’idea — geniale nella sua semplicità — è sommare la capacità di raccolta della luce di centinaia di ottiche fotografiche di prima fascia fino a ottenere l’equivalente di un unico obiettivo da 4,7 metri di diametro. Senza specchi. Senza le architetture mastodontiche dei grandi osservatori tradizionali.
Scheda tecnica · MOTHRA
Ottiche totali
1.140 Canon EF 400mm f/2.8L IS
Configurazione
30 montature · 38 ottiche ciascuna
Apertura equivalente
4,7 m di diametro
Sensori
Sony IMX571 / IMX455
Ubicazione
El Sauce Observatory · Cile
Obiettivo scientifico
Gas ionizzato · Ragnatela cosmica
Perché il 400mm f/2.8, e perché EF
La scelta dell’ottica non è romantica, ma è precisa. I ricercatori delle università di Yale e Toronto — Pieter van Dokkum e Roberto Abraham, i due astronomi dietro il progetto — hanno selezionato il Canon EF 400mm f/2.8L IS per le sue prestazioni ottiche superiori e per i trattamenti antiriflesso, fondamentali quando si tenta di intercettare le emissioni più fioche dell’universo.
Ma c’è un dettaglio che trovo ancora più curioso, e che mi parla da fotografo: hanno scelto la versione EF, non RF. La motivazione è puramente tecnica — il tiraggio dell’innesto EF permette di integrare accessori specifici per l’astronomia che il sistema RF, più moderno ma geometricamente diverso, non consente. Una scelta che mi ricorda come le esigenze concrete battano sempre le mode del mercato.
Ogni gruppo comprende 38 ottiche Canon accoppiate a sensori CMOS Sony di ultima generazione.
Dal Dragonfly a MOTHRA: dieci volte più potente
MOTHRA non nasce dal niente. È l’evoluzione radicale del Dragonfly Telephoto Array, un progetto che ho seguito con curiosità negli anni: partito nel 2013 con sole tre ottiche Canon identiche al New Mexico, cresciuto fino a 48 unità nel 2021. Un esperimento coraggioso, nato dalla convinzione che la somma di molti occhi piccoli potesse valere più di un solo occhio enorme.
Con MOTHRA, van Dokkum e Abraham hanno stabilito che per osservare direttamente il gas ionizzato diffuso tra le galassie — e mappare quella struttura teorica di materia oscura che chiamiamo “ragnatela cosmica” — serviva un salto di potenza di circa dieci volte rispetto alle strumentazioni precedenti. Millecentoquaranta obiettivi sono la risposta.
Già al lavoro, nonostante tutto
La costruzione è partita nel gennaio 2026, e il completamento è atteso entro la fine dell’anno. Eppure, già in questa fase parziale, MOTHRA ha prodotto immagini di valore scientifico straordinario: tra le prime osservazioni spiccano la galassia NGC 253 e la nebulosa RCW 114, nota anche come Dragon’s Heart Nebula. Un nome che sembra scelto apposta per un telescopio che porta il nome di un mostro alato.
Quello che mi colpisce, ogni volta che mi ritrovo a raccontare storie come questa, è la doppia vita degli strumenti fotografici. Un obiettivo nasce pensando a un atleta in corsa, a un uccello in volo, a un volto sotto la pioggia. E poi finisce in Cile, puntato verso un gas invisibile che collega galassie distanti miliardi di anni luce. L’ottica non sa la differenza. Raccoglie luce. E la luce è la luce, che venga da un campo di calcio o dall’alba dell’universo.
