Sony World Photography Awards 2026: vince lo sguardo lento (e l’Italia entra in San Pietro)

Sony World Photography Awards 2026: vince lo sguardo lento (e l’Italia entra in San Pietro)

A Londra hanno premiato 430.000 immagini, ma quelle che restano sono le più pazienti. Citlali Fabián è la Photographer of the Year per un lavoro fatto di ascolto. E in piazza San Pietro, due fotografi italiani hanno visto qualcosa che in televisione non si vedeva.

Ci sono anni in cui i premi di fotografia sembrano fare a gara a chi urla di più. Poi ci sono anni — rari, per la verità — in cui si ha l’impressione che la giuria abbia deciso di abbassare il volume e premiare chi resta fermo. Il 2026 dei Sony World Photography Awards è uno di questi. E io non so se sia un caso o se la fotografia, sotto sotto, stia provando a rimettersi in pari col proprio respiro.

La cerimonia si è tenuta a Londra giovedì 16 aprile, diciannovesima edizione del concorso organizzato dalla World Photography Organisation. I numeri, come sempre, sono quelli da capogiro a cui ormai abbiamo fatto il callo: oltre 430.000 immagini inviate da più di 200 paesi. Tanto per dire: se anche uno le volesse guardare tutte al ritmo di una al secondo, senza mai dormire, ci metterebbe cinque giorni buoni. Ma non sono i numeri a interessarmi, stavolta. È il tipo di fotografia che ha vinto.

I fatti in breve

Edizione
19ª — Sony World Photography Awards 2026
Cerimonia
16 aprile 2026, Londra
Iscrizioni
Oltre 430.000 immagini da 200+ paesi
Montepremi
25.000 $ al Photographer of the Year
Photographer of the Year
Citlali Fabián (Messico) — Bilha, Stories of my Sisters
Outstanding Contribution
Joel Meyerowitz
Mostra
Somerset House, Londra — 17 aprile / 4 maggio 2026

La vincitrice che non fotografa da sola

Il titolo più ambito, quello di Photographer of the Year, è andato a Citlali Fabián, artista visiva messicana nata nella comunità indigena yalalteca, oggi di base a Londra. Il progetto si chiama Bilha, Stories of my Sisters: una serie di ritratti, accompagnati da illustrazioni digitali, dedicati a donne indigene di Oaxaca che in campi diversi — diritto, linguistica, arte, ecologia — stanno facendo le cose per cui, tra trent’anni, qualcuno dirà “peccato che non ce ne siamo accorti prima”. Fabián ha voluto accorgersene adesso.

Il metodo è ciò che fa la differenza. Fabián non va, scatta e se ne va. Costruisce il ritratto insieme alla persona ritratta, ne fa una co-autrice. “I miei soggetti non sono semplicemente fotografati — ha detto Monica Allende, presidente della giuria professional — sono partecipanti attivi nel modo in cui le loro storie vengono raccontate“. È una frase che sembra scontata e invece, dentro la storia della fotografia documentaria, è quasi sovversiva. Vuol dire: il fotografo non è più il cacciatore. È uno che si siede, e aspetta, e ascolta. Vince, quest’anno, l’idea che l’autorialità si condivida.

Il fotografo non è più il cacciatore. È uno che si siede, e aspetta, e ascolta.

L’Italia sul podio: due sguardi dentro una piazza

 

 

E adesso parliamo di noi, perché la notizia — per un media italiano di fotografia — è doppia. Nella categoria Portraiture, quella che per molti è il cuore del concorso, ha vinto un lavoro italiano: The Faithful, firmato dalla coppia Jean-Marc Caimi e Valentina Piccinni. Fotografi di lungo corso, pubblicati ovunque — dal Guardian a Der Spiegel, da Le Monde a Internazionale — hanno fatto una cosa che solo chi vive in Italia poteva fare fino in fondo: sono andati in Piazza San Pietro nei giorni tra la morte di Papa Francesco e l’elezione del suo successore, e invece di puntare la macchina verso il balcone, l’hanno girata verso la folla.

Il risultato, a quanto ho letto dalle descrizioni della giuria e dalle poche immagini circolate, è un ritratto collettivo che ha molto più del fandom che della liturgia. Pellegrini, turisti, gente in lacrime, gente con lo smartphone in alto, gente che non sa bene perché è lì ma c’è. In una settimana in cui la televisione mostrava tutta la stessa inquadratura — camera fissa, balcone chiuso — Caimi e Piccinni hanno fotografato l’unica cosa che valeva davvero la pena fotografare: le facce di chi stava aspettando. È la fotografia che fa quello che il giornalismo non sempre riesce a fare: trasformare la cronaca in volto.

E non finisce qui, perché tra i premiati italiani ci sono anche altri tre nomi che vale la pena tenere d’occhio:

  • 🥇
    Jean-Marc Caimi & Valentina Piccinni— Portraiture (vincitori)The Faithful — folla a San Pietro tra Francesco e il nuovo Papa
  • 🥈
    Matteo Trevisan— Environment (2° posto)Riconoscimento in una categoria sempre più centrale nel dibattito fotografico contemporaneo
  • 🥉
    Federico Borella— Portraiture (3° posto)Documentazione della comunità Koryo-saram in Uzbekistan e della sua riscoperta d’identità attraverso la K-Wave
  • 🥉
    Daniele Vita— Still Life (3° posto)Una presenza italiana in una delle categorie più difficili da interpretare oggi

Quattro italiani tra i premiati delle categorie professional. Non capita tutti gli anni, e anzi per chi segue questi concorsi da un po’ è sorprendente. Non so se sia una stagione particolarmente felice o se, banalmente, stiamo imparando a candidarci con progetti più pensati e meno estemporanei. Propendo per la seconda ipotesi. Mi piacerebbe.

Che fotografia premia questo 2026

Se leggo il parterre dei vincitori — Fabián per l’ascolto, Caimi e Piccinni per la folla, Santiago Mesa per un’indagine lunga sulle comunità colombiane dentro l’economia della coca, Isadora Romero per un “manuale su come costruire una foresta”, Todd Antony per il buzkashi afghano — trovo un filo che mi interessa seguire.

Nessuno di questi progetti è fotografia d’agenzia nel senso classico. Nessuno è “sono arrivato, ho scattato, sono partito”. Sono tutti lavori che implicano tempo: mesi, talvolta anni, spesi in un luogo e con una comunità. E sono lavori in cui l’autore accetta di non essere la voce principale, ma la cassa di risonanza di voci che senza di lui non arriverebbero. È una fotografia che ha smesso di essere principalmente estetica e ha ricominciato, con molta testardaggine, a essere etica.

Tra parentesi: il premio alla carriera — Outstanding Contribution to Photography — è andato a Joel Meyerowitz, uno che di pazienza sul campo e di tempi lunghi ne sa più o meno tutto ciò che c’è da sapere. Non credo sia un caso. Le giurie mandano segnali anche attraverso questi riconoscimenti. Quest’anno il segnale mi sembra chiaro: rallenta.

È una fotografia che ha smesso di essere principalmente estetica e ha ricominciato, con molta testardaggine, a essere etica.

Dove vederla

Le opere sono esposte alla Somerset House di Londra dal 17 aprile al 4 maggio 2026: oltre 300 stampe più centinaia di immagini in display digitali, con una sezione speciale dedicata proprio a Meyerowitz. Se passate da Londra in queste due settimane, è una visita che probabilmente varrà più di qualsiasi masterclass online.

Per chi non ci arriva, le selezioni dei vincitori sono online sul sito della World Photography Organisation. Io un’occhiata ai ritratti di The Faithful me la sono già fatta, e ho avuto quella sensazione che capita raramente — quando guardi una foto e pensi: questa poteva farla chiunque, ma l’hanno fatta loro. Che poi è la differenza tra chi vince un premio e chi no. Nient’altro.

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