
Sono stati annunciati i vincitori del concorso più importante del fotogiornalismo mondiale. Più di 57.000 immagini, 141 paesi, un solo obiettivo: mostrare la verità. E la verità, quest’anno, fa tremare.
Ogni anno mi siedo davanti alle immagini del World Press Photo con lo stesso stato d’animo: una specie di riverenza mista a inquietudine. Non si tratta di fotografie belle, nel senso convenzionale del termine. Si tratta di fotografie necessarie. E quelle del 2026 sono tra le più necessarie che abbia visto in anni.
I vincitori sono stati resi noti questa settimana, ma la grande attesa è per il 23 aprile: quel giorno, ad Amsterdam, verrà proclamata la Photo of the Year 2026. Un’unica immagine a rappresentare tutto ciò che il mondo è stato nell’ultimo anno. Ma già adesso, guardando le fotografie premiate, mi è difficile immaginare come si possa scegliere una sola.
Il cappello di paglia che ha rovesciato un governo
La storia dietro quella bandiera è precisa: nel settembre 2025, gli studenti del Madagascar scendono in piazza contro servizi pubblici inefficienti, corruzione e povertà. Il presidente Andry Rajoelina scioglie il governo ma si rifiuta di dimettersi. Le proteste si intensificano. L’11 ottobre, l’unità militare Capsat — la stessa che nel 2009 aveva portato Rajoelina al potere con un colpo di stato — diserta e si unisce ai manifestanti. Pochi giorni dopo, i militari prendono il potere, promettendo elezioni entro due anni. Un governo caduto. Sollevato da un cappello di paglia.
L’immagine che mi ha fermato

Un’orsa polare che si nutre della carcassa di un capodoglio, in mezzo ai ghiacci del Mar Glaciale Artico, a nord dell’arcipelago norvegese delle Svalbard. L’orso polare mangia foche — o almeno, è questo il suo piano evolutivo. Ma i ghiacci si stanno ritirando. La stagione senza ghiaccio nelle Svalbard si è allungata di venti settimane negli ultimi trent’anni. E così l’orsa si adatta, spingendosi più a nord, nutrendosi di ciò che trova. Il fotografo Roie Galitz l’ha osservata per due giorni interi da una barca, in silenzio, aspettando. Il risultato è un’immagine che contiene, da sola, l’intera crisi climatica.
Come fotografo, quella scena mi colpisce su più livelli. C’è la difficoltà tecnica estrema: luce artica piatta, soggetto in movimento su un fondo bianco, temperatura sottozero. C’è la pazienza infinita dell’attesa. Ma soprattutto c’è la consapevolezza che quello che vediamo non è uno spettacolo straordinario: è la nuova normalità.
“Senza il fotogiornalismo perdiamo la memoria storica. Perdiamo il potere di chiedere conto. Perdiamo la capacità di vedere cosa sta succedendo intorno a noi.”
— Marie Monteleone, Presidente di giuria Nord e Centro America
L’altra storia che non posso dimenticare

Un uomo di nome Wong urla verso un palazzo in fiamme a Tai Po, Hong Kong. Pochi minuti prima aveva telefonato a sua moglie, intrappolata nell’edificio. Si erano detti addio. L’incendio del complesso residenziale Wang Fuk Court ha ucciso 168 persone, diventando la tragedia più letale della città dal 1948. Ponteggi di bambù, reti da costruzione e pannelli di polistirolo espanso — materiali normali, quotidiani — avevano trasformato l’edificio in una trappola di fuoco. Oltre duemila vigili del fuoco erano sul posto. Non bastava. Tyrone Siu ha fotografato quell’urlo. Non so come abbia trovato la forza di premere il pulsante.
Cosa mi dice questo concorso, come fotografo
Mi sono seduto con questi scatti per un po’, prima di scrivere questo post. E ho pensato a quanto sia diverso il mio lavoro quotidiano da quello di questi fotografi. Loro rischiano — il freddo artico, le zone di guerra, il dolore altrui portato a casa ogni sera. Io mi occupo di altra fotografia, a scale diverse. Ma c’è una cosa che accomuna tutti noi: la convinzione che un’immagine cambi qualcosa.
Il World Press Photo 2026 racconta un pianeta in movimento, instabile, ferito in più punti: gli incendi in Spagna e a Los Angeles, le guerre di droni in Ucraina, le proteste per l’immigrazione negli Stati Uniti, l’abbattimento degli elefanti in Zimbabwe. Nessuna di queste storie è comoda. Ma sono tutte reali. E la fotografia è l’unico medium che può renderle impossibili da ignorare.
Vi invito ad andare sul sito di World Press Photo e a prendervi il tempo di guardare queste immagini davvero — non solo scorrere, ma guardare. Lasciarle entrare. Sono scomode, alcune sono devastanti. Ma è esattamente per questo che esistono.
La fotografia non è decorazione. È documentazione. È responsabilità. Ed è il motivo per cui continuo a farlo ogni giorno.

